Il rapporto tra gli Italiani, la moda ed il Made in Italy

La Camera Nazionale della Moda italiana ha commissionato una ricerca alla società ISPO: “GLI ITALIANI, LA MODA E IL MADE IN ITALY”.

La ricerca si è svolta attraverso una modalità mista quali-quantitativa (sondaggio su un campione rappresentativo della popolazione, focus group ed interviste individuali ad 11 opinion leader del settore).

Riporto i principali risultati della ricerca (tratti dal sito della Camera Nazionale della Moda):

  1. Moda è cultura, in quanto capace di descrivere un’epoca
  2. Moda è divertimento ed evasione, perché permette di giocare ed inventare (Il 49% degli intervistati ha dichiarato che la moda è importante nella propria vita, è fonte di gioia, felicità, benessere)
  3. Moda è eleganza e bellezza, in quanto rimanda alle modelle ed ai canoni di bellezza da loro rappresentati
  4. Moda è elitarietà e status symbol (anche se riconosciuta la sua migrazione a fenomeno democratico, per il 78% degli intervistati la moda è un biglietto da visita)
  5. Moda è benessere: uno strumento di espressione del proprio stare bene e della sicurezza in se stessi, che si riflette sull’immagine che si mostra agli altri

I grandi marchi sono amati e ne viene riconosciuto il valore in termini di immagine e qualità, ma il consumatore si è dimostrato maturo nel suo approccio alla moda: una percentuale compresa tra il 78% e il 79% ha dichiarato che preferisce cambiare spesso marchio e valutare brand e posti diversi per cercare cose nuove (sia per l’abbigliamento, sia per gli accessori). L’ESSERE ALLA MODA è strettamente connesso con lo STARE BENE CON SE STESSI.

Solo i più giovani sentono ancora forte la necessità di rispondere alle aspettative altrui e di riconoscersi proprio nell’adeguarsi a modelli presenti all’interno del gruppo sociale. Infatti i luoghi d’acquisto più ambiti restano i negozi monobrand per il 52% dei giovani di 18-25 anni, contro il 40% del totale intervistati.

In sintesi, la moda ha ormai assunto “un ruolo ha che fare con il sentire più che con l’apparire” (Mannheimer, ISPO). I consumatori riconoscono alla moda un valore emozionale.

E il MADE IN ITALY?

Per gli Italiani Made in Italy è sinonimo di qualità nei tessuti e nella manodopera, una garanzia di qualità e sicurezza, uno stile che dura nel tempo.

Pur riconoscendo che il Made in Italy sta vivendo un periodo di fragilità, assediato dalla competizione manifatturiera di altre aree del mondo, per gli Italiani il Made in Italy garantisce valori unici non replicabili.

Made in Italy versus Made in China: dalla qualità dei materiali, alla durata dei prodotti, alla creatività e alle tendenze, il Made in Italy è sempre nettamente preferito, ma a patto che le etichette non nascondano in realtà un pre-lavorato estero che poi venga finalizzato in Italia.
Gli intervistati hanno dimostrato una forte antipatia per la poca chiarezza di marchi che si dichiarano portatori di stile Made in Italy e poi producono all’estero.
Di fronte a un prodotto Made in China realizzato con qualità pari a quella italiana, ma con maggior convenienza di prezzo, le preferenze vanno per il Made in China.
Un’ulteriore dimostrazione che il consumatore è attento, cosciente, pronto a recepire le novità del mercato: una vera e propria chiamata alle armi per un Made in Italy che nel comparto fashion deve ritrovare gli stimoli e la capacità di dar forza ai valori della tradizione qualitativa e stilistica italiana.

Sul sito della Camera Nazionale della Moda potete trovare (e scaricare) la presentazione della ricerca in pdf.

Annamaria Cofano

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A proposito di Australia: è arrivata anche Zara

Come scrivevo il 7 aprile nell’articolo sul nuovo Eldorado del lusso, l’arrivo di Zara dopo i brand del lusso testimonia come l’Australia sia definitivamente confermata come la nuova destinazione della moda.

Il 19 aprile ha aperto nel centro commerciale Westfield, 1830 mq su 3 piani, con code che hanno iniziato ad accumularsi nella notte – sono arrivati da diverse zone dell’Australia – per essere i primi a varcare la soglia della più grande “boutique” di moda degli anni 2000 (le foto dell’apertura);  nelle prossime settimane sbarcherà anche a Melbourne, in Burke Street.

Annamaria Cofano

Ancora connubio green&style: le scarpe che germogliano

Il connubio green&style, sostenibilità e design, non è più solo un capriccio di qualche ecologista, ma sta diventando una tendenza sempre più marcata.

Dopo aver accennato a Regenesi, vi voglio segnalare la OAT Shoes, azienda olandese che ha lanciato la prima scarpa che…….germoglia, che con queste scarpe da ginnastica ha vinto il premio per il prodotto più ecocompatibile all’Amsterdam Fashion Week.

Infatti, oltre ad essere realizzata in materiale 100% biodegradabile, contiene all’interno della linguetta dei semi che potranno germogliare qualora si decidesse, dopo l’uso, di piantarle. Dando vita ad un alberello.

“Il nostro futuro -affermano dalla Oat- sta nella riconciliazione tra industria e natura. Dobbiamo capire che quello che costruiamo è una parte di un ciclo vitale che deve essere chiuso”.

Una filosofia perseguita fino in fondo. Infatti già nel product design le scarpe sono state concepite nella sola variante total-white, con unico elemento caratterizzante la suola colorata, e sono stati utilizzati materiali esclusivamente naturali come canapa, sughero, cotone bio, plastiche biodegradabili e sbiancanti non clorurati; inoltre sono realizzate in Europa per minimizzare le emissioni dovute ai trasporti. Quindi le scarpe a km 0.

Insomma, un concetto ben al di là del semplice utilizzo di materiali riciclati.

Visitate il sito: http://www.oatshoes.com/

Eco-design, ovvero il gusto italiano abbinato all’anima verde

Su Fashion Magazine di oggi si accenna alla svolta del Salone del Mobile, dove “l’ecologia fa tendenza“: “Il design resta la cosa più importante per quanto riguarda mobili e arredo, ma sempre di più nel mondo del design si fanno strada materiali riciclati, recuperati, naturali, e soluzioni ad alto risparmio energetico, adottate da creativi eco-friendly. ”

A Bologna esiste una realtà che ha sposato questo concetto al 100%. Si chiama – uno dei brand name più indovinati per coerenza con il proprio dna – REGENESI.

Oggetti di design, realizzati in materiale 100% riciclato (alluminio, vetro, plastica, pelle, cartone sono trattati con processi di lavorazione innovativi, che garantiscono standard di qualità identici rispetto alle materie prime vergini). E quando si parla di design, si parla di nomi di rilevanza internazionale: Matali Crasset, Marco Ferreri, Giulio Iacchetti, Setsu e Shinobu Ito, Denis Santachiara.

Nomi cosmopoliti che si sono appassionati a questa realtà innovativa e sognatrice, che racchiude la sua filosofia nelle seguenti parole:

“Trasformiamo i rifiuti in bellezza perché non c’è antitesi fra funzionalità, eco-compatibilità e bellezza. Pensiamo che dalla società dei consumi e dallo spreco possa nascere qualcosa di bello ed utile”.

Impossibile non innamorarsi di una filosofia aziendale così. Ed infatti così è stato, quando ho incontrato per la prima volta la “sognatrice”, Maria Silvia Pazzi (potete trovare una bella video-intervista su http://www.videodimpresa.com/video.php?video_id=35). Ravennate, determinata, appassionata, gestisce lei tutti i rapporti con i designer, con gli uffici stampa, con i buyer. Una e trina.

La sua tenacia unita all’appeal del prodotto e del progetto ha fatto sì che Regenesi venisse immortalata sui principali magazines italiani e stranieri (anche sul New York Times)  e sui siti web di design. Ma Regenesi non si è fermata qui: fedele alla sua filosofia ha anche creato la Regenesi Design Factory (RDF), un gruppo di designer emergenti che porta continuamente nuova linfa alla creatività di Regenesi, e la community di design Regens (http://www.regenesi.com/en/regens/home.plp).

I suoi prodotti vanno dall’home-design all’accessorio moda; il suo pezzo-icona è la Fruit Bag, una borsa in pelle rigenerata al 100% disegnata da Setsu e Shinobu Ito che ricorda un sacchetto di carta di quelli in cui si vende appunto la frutta.

                    

Una realtà, quella di Regenesi, che ci proietta verso un futuro possibile, dove il made-in-italy famoso in tutto il mondo sposa l’avanguardia green.

Potete visitare il sito su www.regenesi.com.

Annamaria Cofano

Gapyourprice, ovvero la prima promozione concordata

Gap ha lanciato la sua nuova strategia promozionale.

Invece dello sconto fisso, che non si sa mai quanto possa essere appetibile fino a quando non si hanno i risultati delle vendite, ha lanciato il primo sconto concordato con i clienti.

Sul sito http://www.gapmyprice.com, gli utenti potevano fare la loro offerta, e lo sconto sarebbe stato quello che avesse visto incontrare la domanda e l’offerta, come nella più semplice teoria di mercato.

Per ora lo hanno testato su dei pantaloni, ma presto si ripeterà per altre categorie.

Annamaria Cofano

Leadership secondo Marchionne

Oggi ho partecipato ad uno degli incontri che Alma Graduate School organizza per i futuri “business leader internazionali” che forma attraverso i propri MBA e per la “comunità economica dell’Emilia-Romagna” (riporto quasi letteralmente dalla loro presentazione).

Protagonista del tardo-pomeriggio di una giornata calda ed assolata, quasi estiva, nello splendido contesto collinare di Villa Guastavillani, è l’uomo che è stato protagonista indiscusso (anzi, molto discusso) di TV e giornali pochi mesi fa, grazie ad una sua visione della normativa del lavoro in Italia (per semplificare).

Ma, oltre a questo, l’AD del Gruppo Fiat era già diventato un leader quando ha portato la Fiat dal baratro al miglior risultato operativo dei suoi 111 anni nel 2008; e ancora quando ha portato Fiat ad acquisire Chrysler, reduce del fallimento di GM e data per spacciata da tutti gli operatori di settore, non solo portandola contro ogni previsione alla rinascita, ma facendo diventare Fiat una delle pochissime realtà italiane che, anziché farsi comprare da gruppi stranieri, ha fatto lei stessa shopping oltreoceano.

Cosa significa per Marchionne essere un leader?

Per dirla all’americana, significa pensare “out-of-the-box”, rifuggire il “business-as-usual”.

Per dirla all’italiana, non avere paura del cambiamento, delle novità; significa ascoltare opinioni diverse, vivere esperienze diverse, perché arricchiscono, professionalmente e personalmente.

Avere spirito competitivo, energia, passione, entusiasmo, e trasmetterlo agli altri.

Essere veloci, tempestivi; non macchinosi.

Essere trasparenti con le persone, avere senso di responsabilità, condivisione.

Significa saper delegare, responsabilizzare, fidarsi delle proprie persone.

Andare al di là dell’impegno professionale. Avere la responsabilità personale del futuro che si costruisce.

Significa non solo sentirsi liberi, ma esserlo, nel pensiero, nell’animo.

Significa avere coraggio.

Ha citato tanti esempi di giovani che in Fiat sono diventati responsabili di una funzione strategica perché capaci, e capaci di dimostrarlo, ed hanno scalzato i vecchi burocrati che non cambiavano mai nulla per paura del cambiamento stesso.

Ha citato l’esempio di Severn, la bimba di 12 anni che alle Nazioni Unite in Brasile nel ‘92 fece un discorso ai potenti del mondo da farli rimanere zitti per 6 minuti (sottolineando che oggi un bimbo di 6 anni sarebbe costretto a ripetere lo stesso discorso, visto che non è cambiato nulla da allora). Vd http://www.youtube.com/watch?v=dqt9nMrSWy4

Ha detto che la globalizzazione ha un senso solo se ne beneficiano tutti.

Che non possiamo non provare disagio di fronte a chi non ha nulla. Tacere ci rende complici.

Ha criticato l’atteggiamento dell’Europa verso il problema dell’immigrazione di questi giorni dal nord-Africa verso l’Italia. Se l’Europa riconosce il valore di un sistema aperto, deve accettarne anche le conseguenze negative che possono derivarne.

Ha fatto anche confronti tra il modo di affrontare la grande crisi economica in USA ed Europa.

Lì Obama ha radicalmente ridisegnato l’economia e le sue regole, e tutti gli attori economici e politici hanno lavorato nella stessa direzione, verso un obiettivo comune.

Qui ogni stato ha attuato una sua politica, senza concertazione, senza un obiettivo comune.

Ed è arrivato a parlare anche dell’Italia.

Dell’irresponsabilità di chi vuole dividere un paese che già unito fa fatica a competere. Dell’irresponsabilità di chi continua a pensare al paese come se fuori il mondo non andasse in altre direzioni, come se il nostro paese potesse ancora farsi bello con la forza della creatività.

Occorre ritrovare la coscienza collettiva fondante di questo paese, far rinascere il senso di appartenenza e l’orgoglio.

Com’è accaduto a Detroit con il rilancio di Chrysler.

A tal proposito, ci ha mostrato il video girato con Eminem e mandato in onda durante il Superbowl, campagna di comunicazione mirata a ricreare senso di appartenenza ed orgoglio alla città di Detroit, che stava per diventare una città fantasma: http://www.youtube.com/watch?v=APS9tso1G9k

Insomma, un intervento al di fuori di quelli che sono i classici incontri con i manager d’azienda, dove si parla di manager e di azienda.

Qui abbiamo ascoltato, condiviso, approvato e disapprovato, riflettuto su questioni più ampie, sul contesto economico e sociale nel quale non solo le imprese ma tutti noi operiamo e determiniamo.

Condivisibile o meno che sia Sergio Marchionne, sono temi su cui è sano riflettere.

 

Annamaria Cofano

Australia, nuovo Eldorado del luxury

Che l’Australia fosse una delle mete da sogno di tante persone era ormai scontato.
Ma che diventasse anche uno dei mercati più attraenti per i luxury brand forse era un po’ meno scontato.

Sydney sta diventando sempre più “lussuosa”.

Da Burberry che – forte di una crescita del fatturato del 30% nell’ultimo trimestre 2010 – ha portato il suo flagship in George Street a 820 mq, triplicando quello precedente (ma Louis Vuitton non sarà da meno, aprendo nel prossimo novembre 1200 mq nella stessa via, lasciando il suo precedente spazio di Castlereagh Street a Dior); a TAG Heuer che ha aperto a Sydney la boutique più prestigiosa e costosa, che però dopo soli due mesi ha ricambiato diventando il loro punto vendita n.1 al mondo. Da Prada che sta per aprire un negozio ad insegna Miu Miu all’ingresso del complesso di Westfield (che ha altri ospiti di prestigio: Bottega Veneta, Diane von Furstenberg, Hugo Boss, TAG Heuer e Salvatore Ferragamo); a Gucci che si sta per spostare in Castlereagh Street (come Ermenegildo Zegna e Chanel che aprirà entro l’anno) con un nuovo negozio su due piani.

Insomma, il segmento lusso in Australia (e quando parliamo di Australia si parla praticamente di Sydney per ora) sta vivendo un vero e proprio boom di ottimismo (e di fatturato).
Dall’altra parte, i segmenti lowcost – da American Apparel a H&M per citare le insegne internazionali – stanno soffrendo, sia per l’incremento dei costi delle materie prime (dal petrolio al cotone) che ha ridotto la loro marginalità, ma anche per i volumi di vendita.

Un segno di “evoluzione” nella moda da parte degli australiani più abbienti che – come gli statunitensi ormai da qualche decennio – cominciano ad apprezzare il buon gusto e la qualità nell’abbigliamento (quando sono stata in Australia, solo 5 anni fa, il look – quando non era da surfista – era quasi completamente uniformato allo stile della profonda provincia americana, non certo a quello di NYC), investendo sempre di più nelle griffe.

Annamaria Cofano