Low cost e Luxury: chi rimane nel mezzo?

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Sono ormai anni (decenni se usciamo dai nostri confini) che assistiamo ad una progressiva polarizzazione dei consumi: da una parte il crescente successo del low cost – che per non apparire cheap e quindi inaccettabile per i vanitosi consumatori italiani, è preferibile definire “lusso accessibile”, “design democratico”, ecc ecc – dall’altra la crescita inesorabile del luxury, che invece di diventare più democratico diventa sempre più esclusivo.

Brand come Ikea, Ryanair, Zara ma anche meno scontati come Kiko, Nau, Calzedonia sono ormai nella shopping bag, reale o virtuale, di tutti. Lungi dal sentirsi “poveri” per avere in mano una shopper di H&M, i consumatori attuali si sentono consumatori globali, quindi non c’è nulla di cui vergognarsi.

Dall’altra parte, ormai dominano la scena i grandi Brand del lusso, da Michael Kors a Gucci, da Artemide a NH Collection, da Ferrari a Krug. E se una Ferrari non è alla portata di tutti, una borsa di Michael Kors non se la nega nessuno. A patto di abbinarla ad una camicia Zara.

E i Brand-di-Mezzo? Schiacciati dai due poli, sono giudicati troppo cari rispetto a Zara e troppo di basso livello rispetto a Bottega Veneta. Se devo andare in un hotel 3 stelle, preferisco andare in un hotel Chic&Basic che è più cool.

Annamaria Cofano

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Il lusso non è in crisi: il nuovo “tempio” Etoile LVMH a Roma sta per aprire

Il mercato del lusso sembra vivere in un mondo parallelo.
Mentre la crisi e le prossime stangate stanno distruggendo persino la gioia dello shopping natalizio, il mondo del Luxury continua a sfornare dati da anni ’90.
Le principali griffe della moda, quelle quotate, registrano un +11,1% nei primi nove mesi del 2011. Da Gucci (+19,7%) a Bottega Veneta (+31,7%), da Prada (+25%) a Ferragamo (+27,6%), mostrano quasi tutte crescite a doppia cifra (fonte: Pambianco).

E la prossima apertura di LVHM a Roma non è che una conferma: il 29 gennaio sarà infatti inaugurata a Roma, in piazza San Lorenzo in Lucina, la Maison Louis Vuitton Etoile, uno spazio gigantesco, una vera e propria dimora.

Questa grande “Etoile”, il cui nome deriva da quello di un antico e prestigioso cinema che sorgeva proprio nell’edificio scelto dall’azienda francese come location, ristrutturazione dietro la quale c’è il nome dell’architetto Peter Marino, si estenderà su una superficie di 1.200 metri quadrati e ospiterà, oltre alla boutique, anche un cinema e una libreria. Uno spazio pensato per lo shopping e il divertimento, ma anche per attività culturali ed artistiche. La scelta della location non è casuale. Proprio in piazza San Lorenzo si trova il primo negozio romano di Vuitton, aperto nel 1988, che verrà chiuso in concomitanza dell’arrivo dell’Etoile (fonte: Fashion Magazine).
Insomma, un inno al lusso che suona un po’ fuori tempo in questo periodo di austerity, ma che è la conferma di un mondo che sta girando a due velocità.

Annamaria Cofano

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Australia, nuovo Eldorado del luxury

Che l’Australia fosse una delle mete da sogno di tante persone era ormai scontato.
Ma che diventasse anche uno dei mercati più attraenti per i luxury brand forse era un po’ meno scontato.

Sydney sta diventando sempre più “lussuosa”.

Da Burberry che – forte di una crescita del fatturato del 30% nell’ultimo trimestre 2010 – ha portato il suo flagship in George Street a 820 mq, triplicando quello precedente (ma Louis Vuitton non sarà da meno, aprendo nel prossimo novembre 1200 mq nella stessa via, lasciando il suo precedente spazio di Castlereagh Street a Dior); a TAG Heuer che ha aperto a Sydney la boutique più prestigiosa e costosa, che però dopo soli due mesi ha ricambiato diventando il loro punto vendita n.1 al mondo. Da Prada che sta per aprire un negozio ad insegna Miu Miu all’ingresso del complesso di Westfield (che ha altri ospiti di prestigio: Bottega Veneta, Diane von Furstenberg, Hugo Boss, TAG Heuer e Salvatore Ferragamo); a Gucci che si sta per spostare in Castlereagh Street (come Ermenegildo Zegna e Chanel che aprirà entro l’anno) con un nuovo negozio su due piani.

Insomma, il segmento lusso in Australia (e quando parliamo di Australia si parla praticamente di Sydney per ora) sta vivendo un vero e proprio boom di ottimismo (e di fatturato).
Dall’altra parte, i segmenti lowcost – da American Apparel a H&M per citare le insegne internazionali – stanno soffrendo, sia per l’incremento dei costi delle materie prime (dal petrolio al cotone) che ha ridotto la loro marginalità, ma anche per i volumi di vendita.

Un segno di “evoluzione” nella moda da parte degli australiani più abbienti che – come gli statunitensi ormai da qualche decennio – cominciano ad apprezzare il buon gusto e la qualità nell’abbigliamento (quando sono stata in Australia, solo 5 anni fa, il look – quando non era da surfista – era quasi completamente uniformato allo stile della profonda provincia americana, non certo a quello di NYC), investendo sempre di più nelle griffe.

Annamaria Cofano